Zero privacy, ecco come lo stato spia i cittadini

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Il sito internet su cui abbiamo navigato per un click sbagliato, la telefonata ricevuta o persa in un giorno qualsiasi che pensavamo di aver dimenticato, una conversazione personale, una camminata o un viaggio in totale apparente tranquillità.

Tutte queste azioni vengono registrate da parte delle aziende, dai provider di servizi online e da parte dello stato, tutto a nostra insaputa e senza il nostro consenso o permesso da parte di un giudice.

La conferma di ciò arriva da scandali clamorosi come il Datagate del 2013 oppure più recentemente con il caso “Exodus” che ha coinvolto il nostro paese.

Sono le stesse compagnie telefoniche ad ammettere che i governi di tutto il mondo spiano quotidianamente i cittadini senza alcun mandato, né richiesta.

Lo affermò Vodafone che nel 2014 con un comunicato stampa rivelava l’esistenza di cavi associati alle sue reti che permettevano alle agenzie governative di ascoltare le conversazioni e monitorare ogni azione dei cittadini che abbiano una SIM o una connessione a internet.

E’ dunque plausibile immaginare che ciò avvenga con ogni impresa di telecomunicazioni ed in tutto il mondo. Come se non bastasse in Italia gli operatori telefonici sono obbligati a tenere un archivio digitale di tutte le informazioni riguardanti i propri clienti per la durata di 6 anni, più del doppio della media dei paesi europei.

“Quello che accade è molto semplice”, spiega Ugo Mattei, giurista e professore di diritto civile all’Università di Torino. “Le aziende sono in possesso di una massa di dati privati enorme, che ha ovviamente un valore economico alto, visto l’uso commerciale improprio che spesso ne viene fatto e che è molto difficile da controllare. Nel frattempo lo Stato si assicura la possibilità di fare un “profiling” dei cittadini per un periodo di una lunghezza esorbitante. Praticamente ci stanno schedando”.

 

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Una delle implicazioni più controverse è l’uso degli strumenti tecnologici per la creazione di costruzioni parallele: dispositivi per la sorveglianza a strascico che consentono di raccogliere un enorme numero di informazioni in maniera illegale; intercettando le attività dei cittadini senza avere avuto il permesso di un giudice.

Il più noto di questi strumenti è chiamato in gergo Stingray (il nome tecnico è IMSI Catcher): un dispositivo che opera come fosse una cella telefonica e che consente di ottenere la geolocalizzazione delle persone controllate, l’elenco delle chiamate in uscita e in entrata e anche di poter ascoltare le telefonate e leggere i loro messaggi. L’utilizzo degli IMSI Catcher, la cui legalità è molto dubbia, viene spesso tenuto nascosto dalle forze dell’ordine (fino a poco fa, non si sapeva nemmeno della loro esistenza); per questo, nel caso in cui le informazioni ottenute portino a un arresto, si crea una costruzione parallela: una storia diversa su come sono state ottenute le prove necessarie.

È il caso di quanto è avvenuto in Florida nel 2013: il diciottenne Tadrae McKenzie rapinò 130 dollari in marijuana a uno spacciatore usando una pistola ad aria compressa (in grado di sparare pallini di metallo e dunque considerata un’arma vera e propria). Dopo essere stato arrestato, patteggia quattro anni di galera. Alla fine del processo, però, il giudice riduce la pena a soli sei mesi.

Cos’è successo? L’accusa non era stata in grado di spiegare come avesse scoperto il luogo esatto in cui il ragazzo viveva e come avesse potuto conoscere i suoi spostamenti con tale precisione. Nel momento in cui il giudice, insospettito, ha ordinato alla polizia di mostrare agli avvocati il dispositivo di intercettazione utilizzato nelle indagini (chiamato Stingray), la polizia si era rifiutata a causa dell’illegittimità dell’azione. Questo fatto ha convinto il giudice di trovarsi di fronte a un caso di costruzione parallela provocando così la forte riduzione della pena.

 

Bibliografia:

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2017/07/23/cosi-lo-stato-ci-spia-cellulari-e-web-controllati-per-6-anni/3747954/

http://www.today.it/cronaca/vodafone-spia-cellulari.html

https://www.wired.it/attualita/tech/2018/01/11/stati-uniti-sorveglianza-privacy/